Fotografia in ambito musicale

Il binomio musica-fotografia appare oggi scontato: è impossibile assistere a un concerto senza notare i led, le luci e i flash di centinaia – ovviamente parlando di spettacoli di una certa importanza – di dispositivi fotografici in azione, tutti puntati sul centro del palco ma perché no, anche a caso tra gli spalti, a documentare non solo la performance artistica, ma l’attimo, la condivisione, la collettività del momento. In fondo, come vedremo, il 99% di questo materiale finirà unicamente su Facebook.

L’incontro tra le due forme di arte risale a quasi un centinaio di anni fa. Per trovare i primi ritratti di musicisti all’opera bisogna risalire agli anni ‘30, quando l’introduzione di flash stroboscopici e pellicole a esposizione veloce (veloce per l’epoca, ma ben più lente di quelle disponibili oggi) cominciarono a permettere la realizzazione di istantanee in condizioni di scarsa illuminazione, le condizioni cioè in cui quasi sempre si trova a lavorare il fotografo di eventi live.

Stiamo parlando di una materia relativamente recente, in fondo la pellicola è sufficientemente stabile solo da un secolo. Eppure al solo parlare di pellicola sembra che siano passati millenni, il mondo ha cominciato a correre più veloce di quanto noi siamo in grado di stargli dietro. La tecnologia impiega oggi qualche mese per superare traguardi che un tempo avrebbero richiesto decine, forse centinaia di anni.

Gottlieb was not taking pictures; he was photographing a music,
Again and again, he catches the precise moment
when the musician’s face is suffused with effort
and emotion and beauty: the music is there.

Whitney Balliett, The Newyorker
[William Gottlieb] can communicate the meaning of a moment in an image.
Only the greatest photographers have that ability...
You feel like you were there.

Wynton Marsalis Artistic Director of Jazz at Lincoln Center

L'esordio della fotografia live

Pioniere del genere fu certamente William Paul Gottlieb (1917-2006), di Brooklyn. Nel 1938 cominciò a occuparsi di una rubrica sulla musica jazz per il Washington Post; proprio come accade tutt'ora, il giornale non intendeva pagare un fotografo che si recasse ai concerti, così Gottlieb acquistò di tasca sua l’attrezzatura necessaria e imparò a utilizzarla per conto suo, chiedendo di tanto in tanto aiuto ai colleghi fotografi del Post. Visti i costi non indifferenti della pellicola, egli si limitava a pochissimi scatti per concerto, prestando particolare attenzione alla composizione e alla posa degli artisti ritratti. E le sue foto ebbero un riscontro immediato. “Non solo stava nel posto giusto al momento giusto, ma aveva anche talento”, dice il collega fotografo Jeff Sedlik.

Questo era solo l’inizio, ma per capire quanto il fenomeno sia stato rivoluzionario e pervasivo della nostra cultura è interessante riscontrare l’esposizione mediatica che gli scatti di Bill Gottlieb hanno avuto e continuano ad avere ancora oggi. Oltre 250 delle sue foto sono poi diventate copertine di dischi, lasciando un segno nella memoria di molte generazioni; nel ‘94 alcuni scatti sono stati utilizzati dal Servizio Postale degli Stati Uniti per creare francobolli commemorativi; ancora oggi le sue foto sono appese nei più famosi jazz club del mondo, e figurano incorniciate sui fondali in molti film.

Come disse David Was, collega di NPR:

Some of Gottlieb’s images are as famous as the musicians themselves.
He will be best remembered as the sharp-eyed witness
to one of the most creative musical decades in American history.

Was ha colto nel segno. Molte foto scattate da Gottlieb sono rimaste famose quanto l’artista che raffigurano, sono scolpite nell’immaginario collettivo e spesso hanno lasciato un segno indelebile nella formazione della nostra cultura. Inoltre, talvolta, rappresentano il musicista in maniera persino più completa rispetto ai brani che questi ha prodotto (anche in virtù del fatto che per l’uomo la vista prevale sull’udito).

In questa fase di crescita della fotografia l’attenzione è incentrata principalmente sulla composizione e la scelta del momento migliore. Le macchine fotografiche dell’epoca erano decisamente meno efficienti di quelle odierne, per cui le possibilità creative in tal senso erano scarse; inoltre il numero di scatti era limitato dal rullino. La lezione di Gottlieb è semplice ed essenziale: quello che rende uno scatto una grande foto è la scelta dell’attimo, quel momento particolare in cui l’artista compie quel gesto particolare che lo contraddistingue. Per questo motivo il fotografo studia le performance dei musicisti prima di fotografarle, in modo da sapere già quali sono i momenti migliori per scattare. Gottlieb assisteva a diversi spettacoli prima di fotografare un artista, in questo modo annotava mentalmente le caratteristiche dello spettacolo e si faceva un’idea preventiva degli scatti che avrebbe dovuto realizzare.

William Gottlieb fa fare alla fotografia un grande passo avanti: non è più semplicemente la documentazione di un fatto, ma diventa forma espressiva, per il fotografo e per il musicista stesso. Un suo grande merito è anche quello di comprendere che il rapporto tra fotografo e musicista va coltivato, per entrare in simbiosi col soggetto in modo da non influenzarne negativamente la performance – e la posa, soprattutto – durante l’esibizione. Quest’aspetto era maggiormente importante un tempo di quanto non lo sia ora: potendo disporre di una vasta gamma di teleobiettivi, la possibilità di scattare foto anche da grandi distanze fornisce una valida soluzione a questo problema, mentre una volta l’obiettivo standard per tutti i fotografi era il 50mm, che restituiva un angolo di visuale e un fattore di ingrandimento del soggetto molto limitato, costringendo l’operatore a lavorare molto vicino alla scena che intendeva riprendere.

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