Nuove forme espressive, tra fotografia e musica

Evoluzione dalla semplice fotografia di reportage si ha anni ‘60, parallelamente alla nascita delle prime rockstar – allora l’accezione era connotativa, e non spregiativa come oggi. Di questo periodo rimangono nella storia le foto di Jim Morrison, Jimi Hendrix e i Beatles.

La tendenza è di raffigurare l’artista non più sul palco (le foto live continuano a essere prodotte, ma si comincia a utilizzarle in maniera contestualizzata, in riferimento a un particolare evento), ma in pose ben studiate. Il fotografo non è più semplice reporter di un evento – spesso non si tratta nemmeno di un evento, le foto vengono realizzate in studi specializzati e attrezzati – ma diventa direttore artistico, cura le luci, la posa, la tecnica, e concorda con i musicisti le tematiche, i fondali, l’abbigliamento e tutti i dettagli delle foto.

Nel 1967 Joel Brodsky ritrae Jim Morrison a torso nudo, primo piano su sfondo bianco; il carismatico cantante indossa una collanina, posa a braccia larghe, sguardo intenso fisso in camera. Le luci sono studiate attentamente, lo scatto in sé non ha nulla da invidiare alle moderne produzioni di moda. Il carisma del personaggio è tangibile ancora oggi, osservando questi scatti. Nonostante Morrison fosse già famoso, sicuramente queste immagini hanno contribuito al suo successo, perpetrandolo fino ai giorni nostri e implementando il culto nei suoi fan. Il cantante Jim Morrison è rimasto un’icona, cioè un’immagine, e l’immagine che rimane sedimentata nell’immaginario collettivo è proprio la foto di Brodsky.

Nello stesso periodo Richard Avedon realizza per i Beatles i famosi ritratti in bianco e nero, poi colorati in maniera vivace per dare vita ai quadretti psichedelici che inaugurano la nascita della cultura pop. Le pose sono semplicissime – primi piani posati, con grande attenzione ai chiaroscuri. Anche stavolta il fondale è un colore neutro, massima attenzione sul soggetto.

È da citare anche la collezione di Jimi Hendrix firmata da Gered Mankowitz, in cui l’artista è ritratto mentre soffia una nuvola di fumo dalla bocca, reggendo una sigaretta in mano, con indosso la sua celebre giubbetta. Anche queste foto, originariamente in bianco e nero, furono successivamente colorate ottenendo gli effetti più disparati, e vengono utilizzate ancora oggi per le ricorrenze e le riedizioni dei vecchi dischi.

Questi primi esempi sono importanti perché rappresentano il capostipite di una nuova moda: la fotografia non è più strumento passivo, che descrive unicamente un fatto o un evento, ma diventa strumento attivo di rappresentazione della persona. Attraverso il procedimento creativo – che comprende la posa, la scelta delle luci, il trucco, la cura dell’abito e della location – il fotografo instaura un rapporto di sinergia con la star, per ottenere un risultato che non rappresenta il musicista come è realmente sul palco o (tantomeno) nella vita reale, ma come egli vuole essere visto.

Nel 1979, con l’uscita di London Calling dei Clash, la fotografia di copertina non si limita più a descrivere l’artista, ma diventa simbolo di un momento storico e culturale, di una fase di cambiamento e rivoluzione musicale. Dobbiamo lo scatto a Pennie Smith, che in un primo momento l’aveva addirittura scartata in quanto fuori fuoco. La spuntò Joe Strummer, frontman della band, che la voleva in copertina a tutti i costi; e la storia gli ha dato ragione.

L’energia e la violenza catturate da Smith inaugurano la stagione del rock and roll e del punk. Tra i professionisti più prolifici dell’epoca troviamo Neal Preston, celebri i suoi ritratti live di band come Queen, Led Zeppelin, The Who, Bob Marley e Police.

Nel ‘70 nasce la rivista Rolling Stone, il primo magazine dedicato al mondo del rock.

Il terreno è quello giusto per coltivare il talento di fotografi come Annie Leibovitz, che in soli tre anni diventa prima fotografa del magazine. La sua foto più celebre è certamente il ritratto di John Lennon e Yoko Ono, realizzata nel 1980. In questo caso certamente, oltre alla posa inusitata, trasgressiva e rivoluzionaria, ha pesato anche il fatto che Lennon sia stato ucciso poco dopo aver posato per lo scatto.

Ricorda la Leibovizt:

Mi recai da John Lennon per fargli una foto, che gli promisi sarebbe stata la copertina del prossimo numero. Io volevo una sua foto da solo, ma lui insistette per posare assieme a Yoko Ono. Ricordo che lei voleva togliersi la camicia, ma io le dissi di rimanere vestita. Poi John si è rannicchiato contro di lei e il risultato era davvero molto forte. Non potevi fare a meno di pensare che lui avesse freddo e si stringesse contro di lei. Fu molto emozionante visionare gli scatti, e sia io che lui eravamo molto contenti. John mi disse: “Hai rappresentato perfettamente la nostra relazione. Promettimi che sarà sulla copertina”.

Questo frammento, riportato proprio su Rolling Stone (2007, numero 335), aiuta a comprendere meglio l’evoluzione del rapporto tra fotografo e artista. Un rapporto che talvolta si consolida no a dare vita a delle lunghe e proficue collaborazioni, di cui l’esempio più eclatante è quello dato da Anton Corbijn.

Il fotografo danese ha cominciato la sua carriera negli anni ‘70, e si distingue subito con la foto fatta per i Joy Division, in cui ritrae gli artisti in una posa innovativa, di spalle. Dagli anni ‘80 fino a oggi Corbijn ha instaurato un rapporto di lavoro continuativo con la band irlandese U2, per cui ha realizzato le fotografie di The Joshua Tree e Actung Baby, oltre a diversi reportage dal vivo (sue furono le foto del primo tour della band negli Stati Uniti) e diversi videoclip.

Il rapporto che Corbijn ha saputo coltivare con gli artisti è incredibile, nel suo portfolio si possono trovare magnifici scatti di Bono immerso nella vasca da bagno che fuma un grosso sigaro e beve champagne – solo con notevole abilità e persistenza si può riuscire a vincere le naturali resistenze dettate dal senso della privacy e dal pudore di una persona, sia pure un personaggio di fama mondiale come il cantante degli U2.

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